Giustizia: cittadini intrappolati

Giustizia: cittadini intrappolati. Tra speranze e trappole, aumenta la sfiducia nella giustizia, ed ora si prepara un referendum che rischia di creare ulteriori incertezze…

di Salvatore Zammuto*

La giustizia italiana si trova oggi in una fase delicata, segnata da carenze strutturali e da un crescente senso di sfiducia dei cittadini, mentre a fine gennaio si inaugura il nuovo anno giudiziario.
In Sicilia, i numeri confermano un sistema sotto pressione, e il dibattito sul referendum rischia di trasformare i cittadini da protagonisti a vittime di un meccanismo che non garantisce risposte rapide ed efficaci.
La cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, celebrata il 24 gennaio presso la Corte di Cassazione e il 25 gennaio nelle 26 Corti d’Appello, rappresenta da sempre un momento di bilancio e di riflessione sull’andamento della giustizia.
La Prima Presidente della Cassazione, Margherita Cassano, – aveva già sottolineato lo scorso anno – come il sistema continui a soffrire di lentezze croniche e di un arretrato che mina la fiducia dei cittadini. Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, aveva ribadito la necessità di riforme strutturali, ma la distanza tra annunci e realtà resta evidente.
In Sicilia, il TAR di Palermo ha registrato nel 2024, 1.817 nuovi ricorsi, con un calo dell’8,8% rispetto all’anno precedente. Un dato che potrebbe sembrare incoraggiante, ma che è bilanciato dall’aumento dei ricorsi per motivi aggiunti (+48%), segno di una conflittualità crescente e di procedimenti che si complicano anziché risolversi. segno di una conflittualità crescente e di una macchina giudiziaria che fatica a dare risposte tempestive. Il presidente del TAR Sicilia, Salvatore Veneziano, ha più volte evidenziato come la vera emergenza resti la carenza di magistrati, un problema che rende difficile garantire tempi certi e qualità delle decisioni. Il contesto nazionale e regionale si intreccia con il dibattito sul referendum, che promette di incidere profondamente sull’assetto della giustizia.
Molti osservatori temono che, al di là delle intenzioni riformatrici, i cittadini possano diventare le prime vittime di un sistema che scarica su di loro inefficienze e ritardi. A livello nazionale, i dati del Ministero della Giustizia confermano un arretrato pesante: milioni di procedimenti civili pendenti, con variazioni che oscillano ma non riescono a invertire la tendenza.
In questo contesto si inserisce il dibattito sul referendum, che promette di incidere sull’assetto della giustizia. Ma qui emergono le possibili trappole per i cittadini: se le riforme non saranno accompagnate da investimenti concreti in personale e infrastrutture, la partecipazione popolare rischia di trasformarsi in un boomerang. Il referendum potrebbe diventare un esercizio di democrazia formale, senza effetti reali sulla vita quotidiana, lasciando i cittadini intrappolati in un sistema che scarica su di loro inefficienze e ritardi. I benefici, almeno sulla carta, sarebbero quelli di un maggiore coinvolgimento dei cittadini e di una spinta verso la modernizzazione del sistema. Ma la realtà siciliana dimostra che senza risorse, senza magistrati e senza un piano serio di digitalizzazione, ogni promessa rischia di restare lettera morta. La riduzione dei ricorsi non è necessariamente segno di un miglioramento: può significare anche rinuncia, sfiducia, o la percezione che rivolgersi alla giustizia sia inutile. La giustizia siciliana, e quella italiana nel suo complesso, si trova dunque davanti a un bivio.
L’inaugurazione dell’anno giudiziario non è solo una cerimonia solenne: è il momento in cui si misura la distanza tra le promesse e la realtà, tra il diritto proclamato e quello effettivamente garantito. In questo scenario, la sfida è chiara: restituire credibilità alla giustizia e ridare ai cittadini la certezza che il loro diritto non sia un privilegio, ma una garanzia concreta.
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