Quinto libello di pezzi tesotici di Giovanni Sollima, intervista al poeta psichiatra

Era nell’aria. E adesso il Quinto libello di Giovanni Sollima c’è, al di sopra di ogni chiusura dei tempi, distanziamento sociale e clausura degli animi, pronto a offrirsi al confronto e al dialogo con la percezione sensibile del lettore. È come se le cose e i fenomeni si presentassero con un loro linguaggio dei sensi e una lingua estetica, di cui il poeta è cercatore partecipe nel solco evolutivo di un’ancestrale naturalezza e risonanza espressiva. Un dialogo interno sulla linea dei significati aggancia il tempo e ne prende coscienza, dando continuità, ricercate forme e diversificate traiettorie agli spazi dell’essere e dell’esserci.

Ogni verso è una ricerca nel tempo e nello spazio esteriore e interiore a te, ma l’impressione è che questa ricerca non sia timida, anzi quasi sfacciata, provocatoria: è così?

“Un certo assetto provocatorio è insito nella poesia. È più o meno evidente o celato per ogni poeta e stile poetico, ma c’è. Fa parte della forza espressiva dello strumento poetico, della vis polemica di ogni poeta genuino e della sua spinta ad esprimersi sentimentalmente. Non è una sfumatura da poco. È sensuale, ancestrale e pura. Dovesse essere un’espansione artefatta, il lettore la sentirebbe come una sostanziale perdita di consistenza del messaggio poetico.
Nello specifico la ricerca nel tempo e nello spazio e qualcosa che sento in modo elettivo e mi appartiene particolarmente.”.

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Ti definiresti un poeta psichiatra o un psichiatra poeta? Uno scienziato o un’artista? Non bisticciano tra loro queste due forme del tuo essere? Come le fai andare d’accordo?

“È un destino di connubio che nella propria manifestazione riunisce in sé il mito greco del medico e quello del poeta. Certo, chi mi conosce mi vede più in un modo che in un altro, secondo la propria modalità, personalissima, di percezione. In passato non era inusuale trovare figure, egualmente eloquenti, di scienziati ed artisti. La cultura è una. Al giorno d’oggi la percezione è notevolmente cambiata e assistiamo ad una deriva iperspecialistica della conoscenza. E, come fatale conseguenza, anche delle competenze. Tutto ciò sarà funzionale alle esigenze contemporanee della società, ma è una brutta risoluzione da un punto di vista umano e psicopedagogico. È come se si assistesse ad una sorta di impoverimento culturale. La persona è frantumata nell’efficacia della propria micro-conoscenza funzionale, immersa nel calderone di assaggi di cultura preconfezionata usa e getta. Non c’è solo il rischio di una relativa mancanza di cultura a vasto raggio, che dia senso critico e, in un evolutivo orizzonte, visione di libertà politica, ma c’è pure il fenomeno di una scarsa cultura formativa personale sensibile ed integrata. Magari, come nel raggiungimento di un panorama di scoperta e meraviglia dopo un estremo cammino, le arti e la poesia ci salveranno da una certa deriva.
Per far andare d’accordo le istanze di una visione artistica e scientifica occorre sempre un plus di cultura e dialogo, e l’istinto d’accorgimento in modalità di gioco d’un bambino.”.

La tua poesia ti aiuta nella tua professione o la tua formazione medica influenza la tua poesia?

“Entrambe le cose. E non può essere altrimenti. C’è un dialogo continuo e profondo e un mutuo scambio di esperienze e sensazioni tra la mia operatività quotidiana di medico e psichiatra, ma anche del mio impegno in quanto giudice onorario minorile, e il mio sentire ed agire poetico. Ho parecchi interessi sia nel mio campo di applicazione professionale che nel campo della scrittura. E questi naturalmente dialogano, s’intrecciano, convergono.”.