Manga, i 40 anni di animazione giapponese in Italia. GUARDA FOTO

Se nel 1978 esplode la novità dei cartoni del Sol levante con l’esordio sugli schermi televisivi della Rai di Heidi e Goldrake, il 1979 vede l’invasione dell’animazione giapponese attraverso i nascenti canali privati e ciò ha permesso la costruzione di un nuovo immaginario nei bambini come non era successo in precedenza. Negli ultimi 15 anni diversi studi stanno analizzando l’aspetto critico e culturale di anime e manga (animazione e fumetto giapponese) e ci sembra di grande interesse segnalare alcuni libri che ci permettono di capire questo mondo e approfondire la conoscenza di autori importanti: da un lato le recenti riedizioni di due libri fondamentali editi da Tunuè ‘Mazinga Nostalgia’ di Marco Pellitteri – già autore dell’interessante ‘Il drago e la saetta’ nel 2008 – e ‘Le anime disegnate’ di Luca Raffaelli, dall’altro le biografie di due autori che Mario Rumor presenta per la prima volta in Occidente per la Weird Book (‘Un cuore grande così, il cinema d’animazione di Isao Takahata’ – ‘Osamu Dezaki il richiamo del vento’). A riguardo abbiamo posto qualche domanda al palermitano Pellitteri (sociologo dei media e dei processi culturali, ricercatore universitario a Shanghai che ha lavorato nelle università europee e in Giappone), Raffaelli (esperto di fumetto e cinema d’animazione, giornalista e autore televisivo) e Rumor (critico cinematografico).

 

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Cosa ha rappresentato l’arrivo dell’animazione giapponese sulle tv italiane 40 anni fa ?

Pellitteri: Si trattò di una sorta di scisma immaginativo. Per quanto la società e il sistema dei media italiani di allora non avessero ben compreso le caratteristiche profonde della cultura e delle problematiche storiche da cui l’animazione nipponica scaturiva, fu chiaro al pubblico elettivo di quei disegni animati – i bambini e i ragazzini – che si trattava di narrazioni di notevole complessità. Sotto la patina del peculiare «dinamismo statico» di quelle animazioni, scarne nella quantità di disegni ma ricche nel linguaggio filmico, venivano proposte storie che parlavano di sacrificio, abnegazione, responsabilità, crescita e socialità. L’attrazione magnetica fu soprattutto verso i contenuti e i valori promulgati da personaggi e situazioni. La qualità grafica, che c’era seppur disciplinata da forti standardizzazioni, fu un fattore attrattivo significativo, sì, ma secondario rispetto ai temi. Questo perché gli autori che avevano creato e sceneggiato quei disegni animati erano stati bambini durante la guerra o subito dopo. Covavano in sé sentimenti di grande umanità e pacifismo, perché della guerra erano stati solo vittime, non partecipi o complici. Questa grande narrazione della morte e rinascita, che (vediamola in termini di eterogenesi dei fini) è anche molto cristiana, entrò in forte risonanza con i bambini italiani degli anni Settanta e Ottanta, in base a una coincidenza storica ed emozionale forse irripetibile. Inoltre, rispetto ad altre situazioni nazionali (Francia, Spagna, Germania, Stati Uniti, in cui l’origine asiatica degli anime rimase oscura per decenni a causa della deliberata rimozione di questo dato), in Italia i disegni animati nipponici furono fin da subito e sempre pubblicizzati e riconosciuti come giapponesi; ciò creò la perfetta consapevolezza presso il pubblico e i media che questi prodotti provenivano da una cultura specifica, non da un altrove vago e indefinito.

 

Raffaelli: Una rivoluzione assoluta. La mia generazione, quella precedente, aveva visto soprattutto i cartoni animati americani, che con i loro animaletti antropomorfi (Topolino, Bigs Bunny, Braccobaldo) sdrammatizzavano i problemi della vita e proponevano sempre l’happy end al termine di ogni episodio. I cartoni giapponesi hanno invece parlato ai ragazzi dei loro problemi in maniera drammatica: la solitudine, la pura del futuro, la necessità di costruirsi un’identità e di essere accettati dagli altri, il rapporto con le regole della società, eccetera. Tutto questo catturando una forte empatia con gli spettatori, increduli di essere compresi da autori di un paese lontano e (allora) sconosciuto come il Giappone.

 

Rumor: I “cartoni giapponesi”, per usare una definizione di allora, hanno introdotto una vera e propria rivoluzione in termini culturali non solo per il pubblico di ragazzini. Con il loro arrivo in Tv hanno mobilitato l’attenzione degli adulti, degli specialisti e del mondo dell’informazione con un impatto formidabile e spesso polemicamente a senso unico. La messa in onda delle prime serie animate giapponesi, da “Heidi” a “Ufo Robot Goldrake”, ha dato il via a una nuova era in grado di spostare il baricentro dell’intrattenimento dalle poche cose che si vedevano in quegli anni (pensiamo a Carosello, Supergulp, Sandokan) e al tempo stesso hanno innescato una vera e propria aria di rinnovamento nelle proposte culturali. Un cambiamento ad ampio raggio che toccava il cinema, la letteratura, i fumetti, la pubblicità. Una “nipponizzazione” del mondo giovanile che non si limitava al mero spettacolo ma permeava il gergo, le speranze e i desideri di una generazione, compresa la loro creatività.

 

Quali sono i personaggi e i generi che hanno lasciato un segno importante nella cultura italiana e nell’immaginario di più generazioni ?

Pellitteri: I generi sono moltissimi, ovviamente. La fantascienza romantica, innanzitutto, in cui vanno incluse sia le saghe di viaggio e formazione come Capitan Harlock sia le storie con giganti metallici, da Atlas Ufo Robot (Goldrake) in poi; le commedie scolastiche, che fecero scoprire – e continuano a farlo, con le nuove leve – emozioni e bollori adolescenziali a una generazione di ragazzi che, pur fra le diversità culturali, entrarono in risonanza con i coetanei giapponesi a migliaia di chilometri di distanza; le maghette, che si costituirono quali piccoli romanzi di formazione per un pubblico altrimenti del tutto rimosso dai produttori d’animazione occidentali, cioè quello delle bambine; e il feuilleton animato alla giapponese, articolato a sua volta in molti filoni, dal romanzo storico di qualità (come la celebre serie-capolavoro Lady Oscar) al dramma romantico un po’ lezioso ma comunque altamente formativo per contributo valoriale, come la vituperata ma eccellente Candy Candy. Potrei continuare, ovviamente. Ciascun lettore, qui, aggiungerà nella sua testa le tante serie e i tanti generi che per motivi di spazio non posso menzionare. Ma mi preme dire invece che questi disegni animati non furono frutto di una qualche immanenza innominata: furono e sono il risultato collaborativo di squadre di persone di enorme talento, fra i quali segnalo almeno alcuni registi di enorme caratura artistica operanti negli anni ’60-’70-’80: Hiroshi Ikeda, Tomoharu Katsumata, Osamu Dezaki, Tadao Nagahama, Hayao Miyazaki e Isao Takahata (che curarono varie serie di valore prima di darsi ai lungometraggi), Rintaro e altri. Senza nemmeno contare un’altra anima degli anime: gli sceneggiatori, vere eminenze grigie, scrittori di grande sensibilità che instillarono nei personaggi quei valori ed emozioni che entrarono in così vibrante risonanza con i piccoli spettatori italiani oltre che con quelli giapponesi. 

 

Raffaelli: Sono tanti. Indubbiamente tra questi sono fondamentali gli orfani (derivati peraltro spesso da romanzi europei della letteratura per ragazzi) e i robot. Entrambi devono affrontare le difficoltà della vita puntando solo su loro stessi. Non bisogna dimenticare che i robot vengono guidati all’interno da ragazzi che spesso devono salvare la terra dall’invasione straniera nonostante l’incapacità anche affettiva degli adulti. E gli orfani? Spesso sono loro, come Heidi, a insegnare agli adulti come comportarsi, soprattutto di fronte alle emozioni.

 

Rumor: I personaggi più amati dei cartoni giapponesi sono diventati essi stessi dei generi, icone riconoscibili di un modo “appassionante” di affrontare e raccontare temi già celebrati, ad esempio, nella letteratura per l’infanzia. Penso a come Heidi e Remi siano diventati dei simulacri moralmente positivi del tema dell’orfano, amati dai ragazzini di allora ma perfino dal nucleo familiare al gran completo (mamme e nonni incollati allo schermo a seguirne le avventure). La controparte degli orfani ha invece una sua rappresentanza in quel florilegio femminile di ragazzine e studentesse votate all’agonismo, alla magia e alla musica pop: un genere che continua a produrre esemplari grazie a innumerevoli varianti (penso al recente A Place Further Than the Universe, ideale manifesto per il pubblico dei millenials). Un altro genere che si è imposto è ovviamente quello robotico. Non è un caso se uno dei primi approcci specialistici sull’argomento ad opera di Gianni Bono e Alfredo Castelli sia poi confluito nel 1983 in un numero speciale della rivista “If” dal titolo Orfani e Robot.

 

Quali sono le differenze tra ieri e oggi nella produzione di anime e manga ? Come viene accettata oggi dai ragazzi la cultura pop legata ad anime e manga ?

Pellitteri: Differenze ve ne sono molte e non so se sono in grado di parlarne con dovizia qui. Diciamo solo che, tanto nell’industria editoriale del manga quanto in quella dell’animazione, fino a una trentina d’anni fa la maggior parte dei creatori proveniva da una formazione eminentemente letteraria e cinematografica, fortemente influenzata dalla cultura europea; e questo si vede nei temi, strutture e suggestioni delle storie dei manga e anime prodotti fino ai primi anni Ottanta. In seguito, le nuove generazioni di fumettisti e animatori giapponesi, formatesi prevalentemente proprio mediante manga e anime e influenzate più dalla cultura statunitense che non da quella europea, hanno cambiato direzione e hanno creato storie ancora di una certa profondità e rilevanza, ma più lontane dall’idea di dover proporre delle narrazioni universali dai grandi temi sociali e umanisti, come aveva fatto in generale la generazione di autori precedente. Non è un caso che ancora oggi abbondino, anche nel mondo degli anime, i rifacimenti e le rivisitazioni: è come se si sentisse la mancanza di grandi narrazioni.

Oggi la cultura degli anime e dei manga è stata parzialmente normalizzata grazie all’onda lunga del successo accumulatosi negli anni scorsi. Si è sedimentata nel tessuto socioculturale giovanile e, se vogliamo, si è un po’ appiattita: non è più «eversiva» e stigmatizzata come lo era nel passato. I ragazzi della nuova generazione vivono e fruiscono gli anime e i manga in modo più spensierato, in base a menù di consumo personali e non più dettati dall’idea dell’«appuntamento» televisivo pomeridiano ma resi autonomi dalle possibilità infinite di scelta offerte da internet. Soprattutto, gli adolescenti e i giovani attuali mescolano gli anime e i manga ad altri universi di senso (americani soprattutto, vedi il Marvel Cinematic Universe) senza più quel coinvolgimento viscerale del «noi contro loro» che aveva caratterizzato gli appassionati della prima ora, i quali avevano costruito la loro identità di gusto proprio nell’abbracciare il mondo degli anime e dei manga quale loro terreno prediletto da custodire e proteggere. Oggi che gli anime e i manga non hanno più bisogno di custodia e protezione, hanno perso quel non-so-che di carbonaro che avevano anni fa. Forse è un bene e comunque era una fase che sarebbe arrivata, prima o poi. 

 

Raffaelli: Sono differenze fondamentali. Quando i cartoni giapponesi hanno invaso l’Italia si faceva tutto a mano (anche se la leggenda diceva che erano cartoni fatti col computer). E la televisione (con le tivù private) invadevano la nostra vita. Oggi c’è internet e anche i cartoni giapponesi vengono realizzati con l’aiuto del computer. Le nuove icone delle passioni popolari vengono governate dai social e i genitori hanno sempre meno controllo sulle passioni dei figli. Non so se questo è un bene o un male, ma sta di fatto che, incredibilmente, negli ultimi tempi sono poche le polemiche sulle passioni dei ragazzi, su come passano il tempo libero, su quali video e cartoni guardano, a quali videogiochi giocano. Indifferenza o mancanza di informazioni? Alcuni ci stanno attaccati, come se fosse per loro l’origine di ogni passioni. Altri la seguono meno, ma indubbiamente il Giappone ha lasciato il segno. Anche perché è entrato, visibilmente, nello stile grafico e narrativo dei prodotti americani ed europei. Oramai il Giappone è dentro di noi.

 

Qual è il valore artistico e culturale delle produzioni animate realizzate da Takahata e Dezaki? Quali opere ritieni più importanti?

Rumor: Entrambi i registi sono il frutto di una generazione di artisti fortemente improntata al lavoro e questo aspetto ha influito sul loro modo di proporre un tipo di animazione di qualità che non badava a particolari generalizzazioni: sia le opere televisive che cinematografiche hanno assecondato tale estetica. Dezaki, per esempio, pur con mezzi limitati riusciva a ottenere forme espressive formidabili: una qualità che gli derivava dagli insegnamenti del maestro Osamu Tezuka e dai suoi iniziali trascorsi nel mondo nel fumetto amatoriale. Dal canto suo, Takahata è apparso invece l’erudito sentimentale, interessato a trasmettere sullo schermo il valore della famiglia, dell’identità culturale, storica e culturale del suo Paese. Anche se va detto che i confini geografici non lo hanno mai fermato: era in grado di raccontare la profondità dei sentimenti umani partendo da un romanzo per bambini di una scrittrice elvetica, da un fumetto comico o da una semplice idea passatagli dall’amico Miyazaki. Proprio per queste ragioni, reputo ‘Heidi’ la sua opera televisivamente più emblematica, mentre ‘La storia della Principessa Splendente’ è la summa cinematografica del suo lavoro di regista. Di Dezaki, scelgo senza esitazione la seconda serie di ‘Rocky Joe’ per il salto evolutivo rispetto all’esordio negli anni 70 e per le dinamiche perfette nel mescolare agonismo sportivo e melodramma.

 

In cosa si distingue il lavoro di Takahata e Dezaki rispetto ad altri autori giapponesi?

Rumor: Se guardiamo alla generazione di animatori e registi venuta dopo la guerra, mi sembra che non sussistano grosse differenze tra il lavoro di Takahata e Dezaki e quello dei colleghi veterani (da Miyazaki a Yoshiyuki Tomino, da Gisaburo Sugii a Rintaro, solo per citare i più noti). In modi differenti tutti loro hanno percorso mezzo secolo di animazione grazie a un sano egocentrismo e divorando l’altrui talento pur di ottenere ciò si proponevano.

 

Altro testo per scoprire un autore di culto in Italia è “Matsumoto, manga of zero dimension” e l’editore Adriano Forgione così lo presenta: “Nippon Shock Edizioni è una costola della XPublishing srl di Roma e nasce dalla passione per questo mondo che ha sempre accompagnato la mia esistenza. Pur essendo editore da 19 anni, ma nell’ambito storico-misterico, è la prima volta che ci siano dedicati al mondo degli anime e manga, come dicevo in quanto sono, nel mio privato un collezionista. Proprio da collezionista lamentavo la mancanza in Italia di qualche casa editrice coraggiosa che portasse in Italia libri di illustrazione dei maestri che hanno fatto la storia del fumetto e dell’animazione giapponese, così ho deciso di applicare la mia esperienza professionale a quella che è una passione, così è nata Nippon Shock. Matsumoto, Manga of Zero Dimension è stato il primo titolo pubblicato, ne abbiamo acquisito i diritti dalla casa editrice giapponese che lo ha pubblicato in patria, la Genkosha, e lo abbiamo realizzato esattamente come nella versione originale. Abbiamo focalizzato su Leiji Matsumoto perchè, dopo Go Nagai, è il maestro che ha lasciato maggiori tracce nell’animo delle generazioni che seguono queste produzioni, creando personaggi immortali quali Capitan Harlock, Galaxy Express 999, Corazzata Spaziale Yamato e Danguard. Si tratta di un Maestro profondamente poetico e sensibile le cui ‘creature’ non sono solo ancora attuali, ma vivono di vita propria sia in nuove narrazioni che nel cuore di chi le ama. Avevo piacere a pubblicare un libro di questo genere proprio perchè questa pubblicazione è una sorta di ‘testamento’ del Maestro, nella quale questi ha inserito tutto se stesso, dai personaggi maggiori a quelli sconosciuti al pubblico italiano, aggiungendovi le sue fonti di ispirazione, gli aneddoti sui personaggi, oltre ad opere, illustrazioni, descrizioni e fatti che consegnano agli appassionati italiani il suo più nascosto cuore artistico”.

 

Sull’argomento abbiamo incontrato anche gli artisti siciliani che insegnano alla Scuola del Fumetto e del Cinema d’Animazione di Palermo, nata nel 2004 nella sede dello studio d’animazione Grafimated Cartoon e strettamente legata alla prestigiosa Scuola del Fumetto di Milano che vanta una tradizione di ben 30 anni di attività, una realtà in cui si mescola esperienza, gusto della creatività e capacità professionale.

 

Quali influenze hanno avuto anime e manga sul tuo lavoro ?

 

Salvatore Di Marco direttore scuola: Sono legato ai robottoni, da Goldrake a Mazinga, da Jeeg a Astro Robot… è il genere e la tipologia di personaggi che più ha decretato un successo di pubblico da quando ne ho memoria. Gli anime sono il motivo per cui sono diventato animatore e disegnatore in generale ! Guardo anime tutt’ora, passione a cui non si può rinunciare.

 

Antonino Pirrotta: Vista la mia veneranda età il personaggio che ricordo maggiormente è per forza di cosa Goldrake che ha rappresentato di fatto l’apripista per queste animazioni. Mi sono sempre visto emotivamente coinvolto visionando tutte quelle produzioni non commerciali assaporate ai vari festival di animazione dove il cortometraggio basato sulla sperimentazione sia grafica che ritmica che di linguaggio lascia spazzi infiniti all’immaginazione. Mi appoggio sempre alla tradizione europea e ai disegnatori del nostro continente.

 

Alessandra Ragusa: Personalmente sono molto legata a Candy Candy e Lady Oscar, personaggi femminili forti e decisi che sicuramente hanno lasciato un segno indelebile per quelli della mia generazione. Io sono un’animatrice quindi nessuna influenza a livello tecnico. Se paragoniamo il tipo di animazione americana a quella delle prime serie giapponesi il confronto non regge. Con i giapponesi è la storia che conta…e le storie erano accattivanti. Direi che mi ha influenzato il modo di raccontare e la regia..anche quella ben studiata. Adesso non seguo più gli anime, almeno in televisione, ma sicuramente un posto d’onore ce l’ha Hayao Miyazaki.

 

Giampiero Randazzo: Disegnavo e scopiazzavo Goldrake dalla mattina alla sera. Ho fatto le mie prime animazioni e i miei primi film in super 8 con Goldrake. Realizzai pure una serie di schede tecniche dei vari Robottoni…più influenzato di così! Poi ho sentito la necessità di vedere e fare altro, ma quello che ho imparato da quelle esperienze mi è servito molto. Però rimango fedele a Capitan Harlock di Leiji Matsumoto. Perchè mi piace? Forse perchè condivido il suo ideale?

 

Lelio Bonaccorso: Una cosa che mi colpisce moltissimo rispetto ai prodotti occidentali è la freschezza e l’originalità delle storie. Hayao Miyazaki è un autore che prediligo particolarmente e di sicuro certe storie che lo coinvolgono con il folclore giapponese le trovo interessanti. Io sono un appassionato della storia di Kenshiro perché il postatomico mi piace moltissimo e ci sono particolarmente affezionato.

 

Sergio Algozzino: Facendo quindi parte di quella generazione fortunata che ha visto così tante produzioni insieme, è innegabile che quell’estetica sia entrata fortemente nel mio immaginario e che faccia parte delle cose che io disegno, sia in maniera esplicita ma molto spesso, in alcuni elementi meno evidenti, come può essere il modo di costruire la composizione di una certa tavola, un determinato ritmo narrativo, il modo di far muovere un certo personaggio, o ancora di più il fatto che non amo le storie monotonali. I giapponesi riescono a rendere una storia d’amore o una semplicissima storia di un giocatore di golf straordinarie e appassionanti per via del fatto che non sono gli unici elementi di quella storia ma ci sarà sempre un elemento avventuroso o qualche altro genere…una mistione costante e continua di generi che vale anche al contrario.

 

Marco Failla: Ci sono serie che sono parte dell’immaginario collettivo come quelle dedicate ad alcuni robot o sport per quel che riguarda noi maschietti, per esempio Holly e Benji. Ho iniziato a interessarmi al fumetto come professione molto prima dell’arrivo su vasta scala dei fumetti giapponesi in italia e leggendo prevalentemente fumetti americani, per qualche motivo, non pensavo i due mondi potessero incrociarsi. Sicuramente delle influenze manga sono comunque arrivate a far parte del mio bagaglio attraverso i fumetti americani della seconda metà degli anni novanta che includevano influenze provenienti dal fumetto giapponese. Confesso con un pò di vergogna che non seguo nessun autore giapponese al momento.

 

Emiliano Santalucia: Sono un concept designer che si occupa primariamente di toy design.

I cosiddetti ‘Robot Giganti’ e le ‘Maghette’ sono sicuramente i generi che, almeno nella mia generazione hanno avuto più impatto, ma anche singoli personaggi e saghe, da Candy Candy a Ken il Guerriero si sono impressi fortemente nel nostro immaginario. Sicuramente anime e manga mi hanno aiutato a sviluppare sin da bambino un gusto per l’estetica e il design che non fosse americanocentrico. Vocabolari di forme, schemi di colore e modi di vedere il design più orientali che occidentali sono entrati a far parte del mio stile e si sono sposati e sono andati ad arricchire le mie capacità di interpretare forme e personaggi di franchise statunitensi.

 

Giacomo Porcelli ed Edoardo Mello sono due noti autori di fumetti di Caltagirone che appartengono a due generazioni diverse: se il primo ha un forte ricordo dei personaggi di Nagai e Matsumoto “perché esseri umani con i loro sentimenti, la loro forza e le loro debolezze”, per il secondo “primeggia l’opera di Toriyama, Dragon Ball, shojo (personaggi per ragazze) come Lady Oscar, Georgie, Kiss Me Licia, Sailor Moon, i vari robot e gli sportivi Holly e Benji e Mila e Shiro ”.

 

Anime e manga sono fonti di ispirazione per voi ? Quali autori prediligete ?

Porcelli: Un’influenza notevole. Uno dei primi fumetti che pubblicai, ‘Brian il matto’ è sicuramente il più contaminato di stile giapponese. Anche in un episodio della serie ‘In The Jungle’ che uscì sulla rivista erotica ‘Blue’ ci sono alcuni spunti stilistici giapponesi. Anime e manga sono per me ancora fonti di ispirazione anche se in misura minore rispetto al passato. Gli autori che apprezzo sono tanti, oltre ai già citati Go Nagai e Leiji Matsumoto, mi piacciono tantissimo Hayao Miyazaki, Rumiko Takahashi e Masamune Shirow.

 

Mello: Ho cercato di assorbire quanto e più possibile l’abilità dei giapponesi di usare il dinamismo nelle scene d’azione. Tutto il mondo vortica frenetico attorno ai personaggi, è una danza ad ogni lotta, inseguimento, colpo sferrato. Akira di Katsushiro Otomo è stato importantissimo per me, anche nell’apprendimento della cura dei dettagli e della costruzione degli ambienti. E poi Evangelion, GTO, Ranma 1/2, Inuyasha, Code Geass, Claymore, solo per citare quelli a me più cari. Non si finisce mai d’imparare, e questo è particolarmente vero quando si ha a che fare con i giapponesi!

 

Un’indagine condotta presso l’Istituto Comprensivo ‘Alessio Narbone’ di Caltagirone evidenzia che insegnanti e operatori scolastici non hanno dimenticato i personaggi giapponesi (primo fra tutti Candy Candy, seguita da Heidi, Lady Oscar e qualche robot, citati per lo stile grafico, il doppiaggio, le sigle e la musica). Tutti hanno parlato della bellezza delle storie ma, stranamente, nessuno di loro ha mai pensato ad animazione e fumetto giapponese come strumento didattico in classe, forse perché gli adulti ripongono in un angolo di memoria le emozioni vissute da bambini, quelle sane emozioni che ‘da grandi’ possono sembrare inutili. L’animazione giapponese è servita alla nostra educazione sentimentale ma di certo ha ancora molto da dire oggi e andrebbe riscoperta con attenzione.

 

Rosario Scollo

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